venerdì 13 gennaio 2017

#LIBRI PIACIUTI / "Torto marcio", di Alessandro Robecchi (recensione di M. Ferrario)

Alessandro ROBECCHI
"Torto marcio"
Sellerio, 2017
pagine 298, € 15,00, € 9,99

Non un semplice 'poliziesco'
Anticipo subito che ho un debole per Alessandro Robecchi. Ed è un debole che diventa sempre più forte soprattutto seguendo i 'noir' che dal 2014 si susseguono con cadenza annuale.

È di questi giorni l'uscita del quarto romanzo, Torto marcio: e il mio pregiudizio positivo per questo autore è ormai diventato un postgiudizio sempre più convinto e argomentato.
Pensavo fosse difficile superare sia il fascino delle tre trame precedenti, tutte complesse eppure lineari, asciutte e coinvolgenti nei loro incastri sorprendenti, che la seduttività della scrittura, mai banale, sempre rapida, nervosa e stuzzicante, ricca di immagini e calda di ironia, ma a tratti capace di commuovere senza la minima caduta nello stucchevole. Invece non solo è avvenuto, ma si sono confermate una volta di più l'inconsistenza, e la riduttività pericolosa, di certe distinzioni di genere: come sempre, quando lo spessore e l'intensità di una storia si uniscono alla abilità di uno scrittore di razza, il quale non solo sa 'giocare' il suo originale stile linguistico, ma, ancor più, in questo caso, sa 'sconfinare', mescolando e problematizzando con maestria fatti di criminalità e questioni sociali, così sollecitando chi legge a sane e non usuali riflessioni.
Questa ultima vicenda, mi pare, assegna a pieno titolo la qualità di 'romanzo-senza-aggettivi' alla storia qui raccontata: più di quanto già non fosse avvenuto nella puntata precedente della serie (Di rabbia e di vento), il tratto poliziesco è l'occasione per toccare temi fondamentali quali l'emarginazione, il disagio sociale, la giustizia, questa volta anche gettando uno sguardo problematico e critico verso l'epoca buia degli anni del piombo terroristico di metà 900.
Ne esce, specie negli ultimi capitoli, un quadro potente e provocante, che interroga la coscienza di chi legge sulle questioni drammatiche e non risolte di una società divisa e sempre più ineguale ed escludente, di cui Milano (città in cui è ambientata la serie) rappresenta un simbolo evidente: un modo intelligente di far pensare, senza appesantimenti seriosi, all'interno di una trama che non vuole solo incuriosire e coinvolgere per la tensione dei fatti che si susseguono e sorprendere per le soluzioni spiazzanti delle pagine finali.

Chi ha letto i precedenti romanzi ritrova i personaggi cui si è affezionato. Innanzi tutto Carlo Monterossi, finalmente prossimo a chiudere con il mestiere di autore televisivo di una trasmissione di successo che sta degradando sempre più verso il 'trash' più sfacciato e anche stavolta casualmente trascinato in uno degli episodi centrali della vicenda. Poi il suo amico Oscar Falcone, burbero e accattivante proprio per questo suo tratto solitario e scontroso, detective improvvisato, ma sempre acuto nelle intuizioni ed efficientissimo nel raccogliere le informazioni apparentemente più introvabili. E infine i due poliziotti Ghezzi e Carella, diversi per sensibilità, ma entrambi tignosi nell'inseguire ostinatamente la verità, anche a dispetto delle convenienze e delle procedure.

L'avvio della vicenda prende spunto dal furto di un anello prezioso, di valore storico, che Monterossi si impegna a recuperare con il suo amico Falcone e che è stato sottratto da un furfantello alla vecchia madre della sua agente, ma poi la narrazione si sviluppa tutta attorno a tre misteriosi omicidi, che non sembrano avere in comune altro che un sasso lasciato sul corpo di ogni cadavere.

Le pagine scorrono, senza mai una caduta di tono, anche grazie a dialoghi veloci, frizzanti, spesso conditi da uno humor sottile. La trama cresce con continuità, senza tempi morti o inutili divagazioni, e le descrizioni, benché secche e rapide, sanno dare squarci gustosi di realtà, anche fotografando momenti preziosi di clima umano: come ad esempio la relazione, tenera, fra il poliziotto Ghezzi e la moglie o il dialogo finale, brillante e sconcertante insieme, fra Monterossi e la moglie dell'ultimo assassinato.

Insomma, la serie è ormai pienamente collaudata e le storie, i personaggi, la scrittura hanno raggiunto la completa maturità: unico problema sarà mantenere le attese, ulteriormente cresciute con questo quarto volume, anche per il futuro. Perché diamo per scontato che la fantasia di Robecchi non si sia esaurita. E di questo, siamo convinti, lo scrittore non ci potrà accusare di avere torto marcio.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
«Eh, ma questa è speciale, è una fiorentina da un chilo e passa... perché, quanto costa una bistecca?», aveva detto lui prima di rendersi conto che stava aggiungendo disastro a disastro. 
Poi lei aveva sgranato gli occhi, sempre fissi sullo scontrino, e aveva lanciato un gemito da capretto al macello: 
«Hai pagato quattordici euro per tre pomodori? Tarcisio!». 
Sì, questo lo aveva notato anche lui. Ma lì, in quella gioielleria del fu Gotti buonanima, trattato come un principe, circondato da signore che sembravano vestite da sera anche se dicevano «me le faccia sottili, Franco, mi raccomando», parlando di fettine diafane come Desdemona già strangolata, non aveva resistito. Aveva visto quei pomodori cuore di bue, grossi come i pugni di un peso massimo, così assurdamente fuori stagione che sembravano buonissimi, ne aveva avuto voglia, li aveva davvero bramati, ecco. E ora non sa far altro che balbettare come gli imputati che interroga lui: 
«Vengono dalla Spagna». 
«Tarcisio, per costare così ci sono venuti in taxi, dalla Spagna!». 
Ora lui sa qual è il gioco delle parti: deve passare al contrattacco, se no saranno giorni e giorni di muso, mezze frasi, silenzi. 
«E dai, Rosa, per una volta trattiamoci bene, no?». 
Ma questo aveva peggiorato le cose, e aperto, ma no, spalancato, peggio, mandato in frantumi, il vaso di Pandora. 
«Tarcisio, centocinque euro per una bistecca e tre pomodori di serra che sono maturati sul camion... e io che sto qui a fare i salti mortali per mettere insieme il pranzo con la cena... ma lo sai che io faccio anche tre chilometri a piedi, tutti i giorni, per correre dietro alle offerte? Lo sai che è da gennaio che batto i mercati per comprarmi le scarpe e rimando, rimando, perché sono care?».
Ora, lo vedete anche voi il conflitto interiore del vicesovrintendente Ghezzi seduto al tavolo della cucina, pover’uomo. Da un lato la tentazione di attivare la modalità «orecchie da marito», con le parole di lei che entrano ed escono senza lasciare traccia; dall’altro lato la volontà di difendersi e giustificarsi, mentre vede sfumare lo scenario che aveva immaginato: mangiare quella carne d’oro zecchino con la sua signora, per una volta a un’ora decente, aprire una bottiglia, gustare piano quei pomodori che dovrebbero stare in un caveau, un filo d’olio e... (Alessandro Robecchi, "Torto marcio", Sellerio, 2017)

Tutti, in coro, si chiedono cosa sta succedendo nella «capitale morale». Il tono è sempre quello del «dove andremo a finire, signora mia», ma le varianti sono infinite. I giornali della destra puntano il dito sull’immigrazione: «troppi quartieri fuori controllo», cosa decisamente incongrua, se si pensa che i delitti sono avvenuti in zone benestanti, addirittura ricche, della città. Qualcuno chiede misure straordinarie. Altri sono andati a intervistare gli abitanti delle due vie sporcate di sangue. Là in via Mauri, l’omicidio Gotti, hanno raccolto paura e insofferenza per lo Stato «che non ci difende», insieme al solito orgoglio calvinista del «qui siamo gente che lavora», come se si appellassero al buonsenso, come se dicessero: spararci è antieconomico. 
In via Sofocle, dove è morto il Crisanti, i cronisti hanno fatto più fatica, perché lì gli abitanti se ne stanno dietro cancelli, telecamere, cani feroci e antifurti raffinatissimi. Così hanno ripiegato sulla servitù: autisti, domestiche, badanti per i vecchi ricchi, raccogliendo le solite cose: molto dispiacere, qualche preoccupazione, la confusione di polizia e lampeggianti, e l’architetto Crisanti che sì, lo conoscevano tutti, andava e veniva senza orari da quella bella casa. 
Manca solo il «salutava sempre», ma non è una distrazione dei cronisti, è che proprio non lo dice nessuno, anche perché probabilmente il Crisanti non si metteva a salutare i domestici per la strada, né i suoi né quelli degli altri, ed era un vero stronzo, anche se questo, di un morto, non si dice mai. (Alessandro Robecchi, "Torto marcio", Sellerio, 2017)

Lui la guarda. Come al solito la trova bellissima, anche se adesso ha gli occhi rossi e i capelli tutti scompigliati. È bellissima lo stesso. 
Tutto bene? vorrebbe dirle. Ma guardaci, cazzo. 
Tutto bene? Una topaia, niente lavoro, bisogna strisciare per farsi pagare due lire incarichi merdosi di sei mesi fa, bisogna farsi vendere dai calabresi i mezzi di produzione – intende il Mac nuovo. Dal venti del mese vai a pranzo da mamma perché qui non c’è niente. Tutto bene? Tutto bene, porca puttana? 
Vorrebbe dirle che cosa ha visto negli ultimi giorni. Delle case, delle macchine, dei vestiti che hanno quelli là, quelli che stanno nell’altra Milano, quelli che la lotta di classe l’hanno vinta alla grande, mentre loro stanno lì a fare i comunicati per due stronze che si sistemano con le loro mani la casa popolare che cade a pezzi, e se ne vantano pure. 
Poi vorrebbe dirle del tono di disprezzo che ha sentito in quelle parole del nero: «monsieur le communiste». E che c’era dentro tutto il sarcasmo del mondo, una cosa che non meritava nemmeno di diventare odio, era solo scherno. Uno sputo in faccia. 
Le guarda la nuca mentre lei appoggia una guancia sul suo petto che si alza e abbassa piano per il respiro. 
«Scopiamo», dice lui. 
«No, caro. Lavori in corso, impraticabilità del campo». 
«Allora tocca a te», dice lui abbassando la lampo dei jeans. 
«Sei un porco, signor Girardi», dice Chiara. E ride che pare felice. (Alessandro Robecchi, "Torto marcio", Sellerio, 2017)

«Insomma, i dati che ho sono dal 2002 al 2012, prima è difficile sapere qualcosa. Il sov mi ha chiesto nomi e motivo della condanna, ma il tipo dell’associazione, lì, un radicale o qualcosa del genere, mi ha detto che i reati non li ha, per loro uno morto in galera è uno morto in galera, e non gli importa quello che ha fatto per finire dentro». 
«E allora?», stavolta è Carella che preme. 
«E allora, senza quelli morti nei centri per stranieri o ai domiciliari, escludendo le overdose e i suicidi... abbiamo quasi duecento morti per malattia in galera, sov, in dieci anni, precisamente 183... il tipo dice che ci sono un altro centinaio di casi per cui è stata aperta un’inchiesta, ma insomma, quelli sicuri morti di malattia in galera sono questi qua». Mostra dei fogli stampati scritti fitti. 
La signora Rosa si copre gli occhi con le mani. Quasi duecento morti di malattia. Capisce anche lei cosa significa: non curati, lasciati crepare. 
Ghezzi e Carella si guardano. Ora lo scazzo di prima non c’è più, e nemmeno la tensione. C’è solo l’enormità di quel numero. E loro due, che sono poliziotti, non boia o giustizieri, ne capiscono la portata. Loro li catturano, si fanno il sangue marcio per prenderli, ci perdono il sonno e la salute, ma non vogliono essere complici di omicidio, e se non curi un malato, quello è: omicidio. Lo pensano tutti e due e se lo dicono con uno sguardo lungo.
«Porca puttana, ma sono tantissimi!», dice Selvi. 
«Il venti per cento dei morti in galera», dice Sannucci, «gli altri sono quasi tutti suicidi, quelli sì che sono tanti». (Alessandro Robecchi, "Torto marcio", Sellerio, 2017)
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In Mixtura le mie recensioni precedenti
* Di rabbia e di vento, Sellerio, 2016, qui
* Dove sei stanotte, Sellerio, 2015, qui

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