martedì 25 luglio 2017

#FAVOLINE / Il circolo vizioso (MasFerrario)

M. Ferrario, Loop, in Quasi favole in forma di battuta
da AA.VV, C’era una volta… I manager raccontano, Olivares, Milano, 1990

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#SCRITTE / Chi è differente

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#HUMOR / Ultimo selfie

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#SGUARDI POIETICI / La mia storia non la racconto (Vera Lúcia De Oliveira)

la mia storia non la racconto ma se vuoi invento
ho storie dentro di me che nascono e restano
a rimuginare ho un sacco di storie tanto
più le racconto più diventano vere
c'è gente che piange e chiede dove le vado a prendere
rispondo che stanno dentro ognuno di noi

*** Vera Lúcia de OLIVEIRA, 1958, poetessa brasiliana di origini italiane, da Nel cuore della parola, Edizioni Adriatica, 2003, traduzione di Guia Boni, in Alessio Brandolini, La poesia di Vera Lúcia de Oliveira, in ‘Fili d’aquilone’, luglio/settembre 2006, qui


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#SENZA_TAGLI / Una cecità diffusa (Domenico Starnone)

La sete di giustizia va bene, ma il problema è riconoscere l’ingiustizia. In genere crediamo che sia una cosa facile ma non è così. Le porcherie sono a tal punto consuete, nella vita di ogni giorno, che le consideriamo un normale modo di vivere. La disuguaglianza sociale? È il motore indispensabile dello sviluppo. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Combatte la disoccupazione. Vendere armi? Abbiamo il dovere di contribuire alla ricchezza della nazione. Discriminare in base al colore della pelle o al sesso? Non è questione di discriminazione ma di capacità. Abbiamo messo a ferro e fuoco interi continenti saccheggiandoli, impoverendoli, e i guai odierni vengono di lì? Sempre con questo piagnisteo, guardiamo al futuro.

C’è insomma una cecità diffusa che permette di aumentare ogni giorno la dose dei soprusi spacciandoli per interventi oculati. C’è soprattutto un consentire massiccio con la disumanità sentendosi nel giusto. Sicché urge non un’educazione alla giustizia ma al riconoscimento dell’ingiustizia. Cosa da cui va escluso, però, il momento in cui ci pare che dell’ingiustizia siamo noi le vittime. Lì c’è sempre il rischio di prendere abbagli e finire nel ruolo dell’aguzzino. È solo quando riconosciamo il torto che viene fatto agli altri e lo sentiamo intollerabile a prescindere da qualsiasi eventuale buona ragione, che la nostra educazione è davvero cominciata.

*** Domenico STARNONE, scrittore, Una cecità diffusa, 'internazionale.it', 14 luglio 2017, qui


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#RITAGLI / I caporali, il sorriso, la felicità (Totò)

[D: Quando nacque questo Suo odio per i caporali, principe?]
«Sotto le armi, con un caporale di Alessandria che nella vita faceva lo spazzino. Caporali, vede, son quelli che voglion essere capi. C’è un partito e sono capi. C’è la guerra e sono capi. C’è la pace e sono capi. Sempre gli stessi. Io odio i capi come le dittature, le botte, la malacreanza, la sciatteria nel vestire, la villania nel parlare e mangiare, la mancanza di puntualità, la mancanza di disciplina, l’adulazione, i ringraziamenti…». (...)

[D: Principe: io non La ho mai vista ridere. A parte il fatto che esser triste è la legge dei comici, io temo che Lei abbia sempre riso pochissimo: che non conosca il sapore di una bella risata.]
«Pochissimo, niente. Io non rido, sorrido. E, anche quello, raramente. Sorrido a lei, per esempio, perché è una donna: non si può mica parlare a una donna con il musone. Però vede: non è esatto nemmeno dire che io sia triste: son calmo, privo di ansia. Io l’ansia non la conosco. Deve influire, in questo, il mio residuo di sangue orientale, bizantino. Non so… starei ore e ore fermo a guardare il cielo, la luna. Io amo la luna, assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno qua qua, l’eleganza tetra della notte. È bella la notte: bella quanto il giorno è volgare. Il giorno… che schifo! Le automobili, gli spazzini, i camion, la luce, la gente… che schifo! Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore. Come il giorno». (...)

Signorina mia, ciascuno ha da portare una croce e la felicità, creda a me, non esiste. L’ho scritto anche in una poesia: «Felicità: vurria sapé che d’è / chesta parola. Vurria sapé che vvo’ significà». Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte. La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza.»

*** TOTO' (Antonio De Curtis), 1898-1967, attore, intervistato da Oriana Fallaci, 'L'Europeo', 1963, 'oriana-fallaci,com', qui

LINK intervista integrale qui 


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